venerdì 12 dicembre 2008

difficoltà

Ciao!

Mary ha scritto che mi sente un po' giù in questi giorni... macchè! Io giù? Ma no! Io sono GIU' GIU' GIU' GIU' GIU' GIU' e anche un pochino GIU'! Può bastare?
Purtroppo c'è una cosa che non gira bene e che mi sbatte parecchio. Oltretutto questo periodo di feste natalizie non mi aiuta per niente. E infine, quando si sta così male non si riesce nemmeno a scrivere. Quando uno riversa le sue tristezze sulle parole scritte vuol dire che sta già meglio, che ne sta già uscendo. Al momento c'è solo tanta voglia di piangere, gridare e dormire.

Perciò, anche se non sono amante del riportare sul mio blog brani altrui, questa volta lascio la parola a dei un brani tratti da "Il libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa. Come se li avessi scritti io...

Ma l'esclusione che mi sono imposto dagli scopi e dai movimenti della vita; la rottura che ho cercato del mio contatto con le cose mi hanno portato precisamente verso ciò che cercavo di evitare. Io non volevo sentire la vità né toccare le cose, sapendo con l'esperienza del mio temperamento al contagio del mondo che la sensazione della vita era sempre dolorosa per me. Ma evitando quel contatto mi sono isolato, e nell'isolarmi ho acerbato la mia sensibilità già eccessiva. Se fosse possibile interrompere completamente il contatto con le cose, ciò gioverebbe alla mia sensibilità. Ma quell'isolamento totale non può avvenire. per quanto faccia poco, respiro, per quanto poco agisca, mi muovo. E così, riuscendo a esacerbare la mia sensibilità attraverso l'isolamento, sono riuscito a fare in modo che i più piccoli fatti, che prima non avrebbero avuto importanza per me, mi ferissero come catastrofi. Ho sbagliato il metodo di fuga. Sono fuggito, attraverso uno scomodo stratagemma, verso lo stesso luogo dov'ero, con la fatica del viaggio che si è aggiunta al disgusto di vivere in quel luogo.
Non ho mai considerato il suicidio come una soluzione perchè io odio la vita per l'amore che sento per essa. Mi ci è voluto del tempo a capire il penoso equivoco in cui vivo con me stesso. Una volta convinto mi sono addolorato, cosa che mi succede ogni volta che mi convinco di qualcosa, perchè la convinzione per me è sempre la perdita di un 'illusione.
Analizzando la volontà, l'ho uccisa. Chi mai mi restituirà l'infanzia precedente alla mia analisi, anche se precedente alla volontà!
Nei miei parchi, morto sonno, c'è la sonnolenza delle vasche sotto il sole alto quando i rumori degli insetti si infoltiscono, e mi pesa vivere, non come una pena, ma come un dolore fisico da estinguersi.
Palazzi lontanissimi, parchi assorti, la strozzatura dei viali in lontananza, la grazia morta delle panchine di pietra per coloro che sono stati: pompe morte, grazia sfatta, orpello perduto. Mia ansia che dimentico, potessi almeno recuperare la pena con cui ti ho sognato.

///

Piove da due giorni e dal cielo grigio e freddo cade un'acqua di un colore che fa male all'anima. Da due giorni... Sono triste per il sentire, e penso a questo davanti alla finestra con il rumore dell'acqua che sgocciola e della pioggia che cade. Ho il cuore oppresso e i ricordi trasformati in angoscia.
Senza sonno e senza motivo di avere sonno, ho una gran voglia di dormire.

///

Le mie abitudini appartengono alla solitudine e non agli uomini.

Bye,
Silvia

1 commento:

mary47 ha detto...

Entro nel tuo Blog in punta di piedi per non farmi sentire e lasciarti un bacio!