sabato 20 dicembre 2008

che dire...

Ciao!

Non riesco a scrivere niente in questi giorni. Né il mio libro, né il blog, né il mio diario. Nemmeno i bigliettini di Natale mi son venuti come volevo.
Forse il picco della mia crisi emotiva è passato (come farei senza il mio babbo!), ma non ci si rialza dopo giorni di febbre a 40 con un triplo salto carpiato giù dal letto, no. Poco a poco.
Ho riacceso lo stereo, riesco pure a cantare. Ok, si riparte. Però che pena certe cose nella vita...

Comunque non riesco ancora a scrivere: in testa ho mille concetti da trattare, ma poi le parole con cui cerco di esprimerli mi sembrano sempre stonate. Mi sembra di avere fra i pensieri concetti profondissimi e poi tra le mani mi appaiono solo come idiozie per chi li legge.
E poi in questi giorni ho realizzato per l'ennesima volta che nel dolore si è sempre soli. Non chiedo mai niente io, mi lecco sempre le ferite da sola. Però a volte cedo e grido aiuto disperata. Si voltano sempre tutti dall'altra parte. Forse pensano che potrebbero far finta di non aver sentito e tanto prima o poi mi passa. Certo che passa. Grazie.

Lascio un altro estratto da Il libro dell'inquietudine di Pessoa e poi prometto che da lunedì ricomincio ad essere io. Non io-Silvia, ma io-Oceanomare.

Il premio naturale del mio allontanamento alla vita è stato l'incapacità che ho creato negli altri di sentire insieme con me. Intorno a me c'è un aureola di freddezza, un alone di ghiaccio che respinge gli altri. Non sono ancora riuscito a non soffrire per la mia solitudine. Così difficile è raggiungere quella distinzione di spirito che permette all'isolamento di essere un riposo senza angoscia.
Sebbene non nutrissi illusioni su coloro che si dichiaravano miei amici, ho sempre finito per avere delusioni a causa loro, tanto complesso e sottile è il mio modo di soffrire.
Mai ho avuto dubbi sul fatto che mi si potesse tradire; eppure mi sono sempre meravigliato quando sono stato tradito. Allorché si verificava ciò che mi aspettavo, reagivo come di fronte all'inaspettato. Le mie supposizioni sarebbero di modestia stupida se svariati fatti (quei fatti che io mi aspettavo) non fossero regolarmente giunti a confermarle.
E poi non posso neppure pensare di essere stimato per compassione, poiché, anche se sono goffo e sgradevole a vedersi, non ho quell'aspetto così disastrato che permette di entrare nell'orbita della compassione altrui, così come non ho quella naturale simpatia che attrae l'altrui benevolenza anche quando essa è palesemente meritata; e poi, per quanto riguarda la pietà, io non ispiro pietà, perché non esiste pietà per gli storpi di spirito.
Tutta la mia vita è consistita in un adattamento a questo stato cercando di evitarne l'eccessiva durezza e abiezione.
E' necessario un certo coraggio intellettuale per riconoscere lucidamente di non essere altro che uno straccio umano, un folle che tuttavia non necessita di essere ricoverato in manicomio. Ma è necessaria ancora più fermezza, allorché si ha la consapevolezza di tutto questo, per adeguarsi perfettamente al proprio destino, per accettare senza rivolta, senza rassegnazione la maledizione genetica che la natura ci ha imposto.
Capirmi dal di fuori è stata la mia disgrazia: la disgrazia della mia felicità.

Voglio poi togliere un po' di pesantezza al post, riportando quello che ha dichiarato Victoria Cabello, simpatica conduttrice televisiva di MTV, alla domanda "In che cosa credi?":

Credere in Dio aiuta molto. Chi non crede è solo e deve fare un lavoro durissimo: decidere cosa è giusto e sbagliato, convivere con le colpe, non avere nessuno che lo assolva o lo consoli con l'idea che, se questa vita gli fa schifo, gli spetterà l'eternità. Chi non crede in Dio fa il bene per amore del prossimo, magari pensando che la retribuzione delle nostre azioni arriverà in questa vita. Ma poi deve fare i conti con la collega "sessualmente generosa" che fa carriera, mentre quando tu aiuti l'anziana a portare la spesa, scivoli e rimani bloccata per una settimana. C'è chi crede nella precisione matematica della sfiga. Sono tentata di crederci anch'io. Poi ci sono quelli che credono che sarà l'amore a salvarli. Ogni tanto lo penso, ma so che si può far maggior conto sulla sfiga. Ci sono poi quelli che credono nel potere o nella bellezza, che può portare al successo (e a un marito industriale). Non avendo quei mezzi, se devo far conto su qualcosa, penso al lavoro: se vedeste le mie foto da ragazza, non avreste dubbi sull'impegno che ci ho messo per ottenere qualsiasi cosa.

Bye,
Silvia

1 commento:

mary47 ha detto...

Ciao Silvia, volevo dirti che io ci sono, in silenzio ma ci sono.
Bacioni!